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	<title>ITALIAEMAGAZINE.IT &#187; Racconti</title>
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	<description>Italia è...Magazine, i colori dell&#039;informazione - Il periodico di attualità, turismo e cultura di Costa Editore</description>
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		<title>Un Angelo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 14:18:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Sandra P. Luna.
Con il cuore in gola quella mattina si era alzata balzando all’improvviso dal caldo letto. Il telefono squillava con insistenza irrompendo nel silenzio del giorno appena nato. Il breve corridoio da attraversare le sembrò lunghissimo e la cornetta inarrivabile. Mille pensieri le passarono per la mente in quella manciata di secondi. I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Sandra P. Luna.</strong></p>
<p>Con il cuore in gola quella mattina si era alzata balzando all’improvviso dal caldo letto. Il telefono squillava con insistenza irrompendo nel silenzio del giorno appena nato. Il breve corridoio da attraversare le sembrò lunghissimo e la cornetta inarrivabile. Mille pensieri le passarono per la mente in quella manciata di secondi. I ragazzi erano nel loro letto eppure le venne lo stesso il dubbio che avesse solo sognato di aver sentito il loro rientro a casa. Ma allora chi <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/08/angelo.jpeg" rel="lightbox[2239]"><img class="alignright size-medium wp-image-2240" title="angelo" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/08/angelo-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" /></a>poteva essere a chiamare alle 5 di mattina? I battiti del cuore ormai all’impazzata le impedivano di essere lucida e i movimenti del corpo erano incontrollabili. Senza rendersene conto raggiunse il tavolino dove era posizionato quell’apparecchio insopportabile che non smetteva di emettere quel suono ormai per lei stridulo. Sperando in uno sbaglio o in uno scherzo, con un filo di voce riuscì a dire «Pronto?». Dall’altro capo riconobbe subito la voce della madre che le comunicava del ricovero urgente di suo padre. Anna abitava a 500 chilometri di distanza dalla sua famiglia d’origine. Si era trasferita in Toscana, come spesso capita per lavoro 15 anni prima. Aveva vinto un concorso e, senza perdersi d’animo aveva cercato un appartamento ed era partita con i suoi figli. Loro, ancora piccoli, avevano accolto la notizia con grande entusiasmo, pensando più ad una gita che ad un trasferimento definitivo. Si erano adattati però facilmente a quel nuovo ambiente e non avevano avuto difficoltà a crearsi nuove amicizie. Ormai grandi, Giulia ventitreenne e Giorgio ventenne, avevano lì una bella vita e tra università, amici e amori erano sempre impegnatissimi e pieni di energie. Non avevano mai dato grossi problemi ad Anna, neanche quando avevano attraversato gli immancabili momenti bui. Del resto erano cresciuti con un padre completamente assente dalla loro vita. Una telefonata ogni tanto, un pacco a Natale o al compleanno. Questo era il massimo che lui era riuscito a dare loro e di questo ormai, Giulia e Giorgio, se ne erano fatti una ragione. Con la madre stavano bene e tutto sommato erano cresciuti, nonostante tutto, sereni, anche grazie alla costante presenza dei nonni materni. Appena poteva Anna, da sola o con i ragazzi, ritornava dai suoi e lo stesso facevano loro, anche se negli ultimi periodi si erano visti poco: lei per impegni di lavoro e non solo, loro perché non erano più giovincelli e quindi viaggiare era sempre più pesante. Il telefono, lo stesso che aveva tanto odiato quella mattina, era il loro collegamento quotidiano.<br />
«Tuo padre è stato ricoverato questa notte. Stai tranquilla ora è sotto controllo. E’ stato un infarto. Gli hanno fatto subito un’angioplastica». A quella comunicazione Anna era rimasta bloccata, senza riuscire ad emettere alcun suono dalla bocca. Amava suo padre più di se stessa e il solo pensiero di perderlo la faceva stare male. Raccolse tutte le sue forze e riuscì a dire «Metto in borsa qualcosa e parto subito. Spero di essere lì prima delle 12. Arrivo direttamente all’ospedale». «Non correre, stai attenta. Ti chiamo più tardi» fu la risposta della madre. Il viso smunto e sofferente provocò ad Anna una morsa al cuore. Suo padre disteso nel letto con gli occhi socchiusi sembrava assente, lontano dal mondo intero. Anna gli sfiorò appena la fronte con le labbra per non disturbare il suo riposo e poi salutò la madre che solo allora le disse che l’angioplastica non era riuscita e che avrebbe dovuto subire un intervento di triplo by-pass. Avrebbero dovuto fargli tutti i controlli necessari e prepararlo fisicamente all’operazione, vista l’età e le condizioni non proprio ottimali. Pur parlando sottovoce, il padre sentendo la voce della figlia, che lui definiva “cuore mio”, si svegliò e Anna si accorse che una lacrima scendeva incontrollata su quel viso addolorato. Fece avvicinare Anna e le mormorò all’orecchio «Torna a casa. Io non sto bene e tuo fratello è ancora troppo giovane per mandare avanti la nostra azienda. Puoi farlo?». D’istinto Anna gli promise di tornare. Restò con la sua famiglia qualche giorno, parlò con i medici e quando la situazione si fu stabilizzata, in attesa della data d’intervento, tornò dai suoi figli. Cosa fare? Solo durante il viaggio di ritorno realizzò la promessa fatta. Ma come mantenerla? Voleva veramente lasciare tutto e ritornare alle origini? E i suoi figli come l’avrebbero presa, l’avrebbero seguita? Un senso di ansia la prese completamente. Sapeva di dover fare qualcosa, che non era giusto aspettarsi sempre tutto da chi ti mette al mondo e che prima o poi capita di dover dare, senza remore e soprattutto con amore, non per riconoscenza, ma perché è semplicemente giusto così. Arrivata a casa prese coraggio e affrontò  Giulia e Giorgio, pur sapendo che loro non sarebbero mai stati d’accordo con la sua decisione. Infatti la reazione dei figli, per quanto amassero il nonno, fu quella prevista e lei fu, ancora una volta, da sola a decidere. Le piaceva la sua vita, la casa che aveva messo su nel corso degli anni, il lavoro che svolgeva, i suoi passatempi, le sue domeniche e, tanta voglia di stravolgere la sua quotidianità non l’aveva, ma… c’era la promessa che doveva mantenere. Non era quello un peso, ma lo stravolgere l’esistenza sua e dei suoi figli che le provocava dolore. Lunghe nottate in riflessione la portarono a chiedere un anno di aspettativa dal lavoro e, dovendosi arrendere all’evidenza che i suoi figli non erano più bambini, concordò con loro che lei sarebbe scesa per quel periodo e loro sarebbero rimasti a casa  per continuare gli studi universitari. Durante i preparativi per la partenza, comunque non felice, Anna si recò in un negozio per fare alcuni acquisti. La sua tristezza le si leggeva in viso e quando ebbe di fronte il proprietario, pur non conoscendolo, le fu naturale rispondergli alla domanda «Cosa c’è figliola che non va? Il tuo viso è melanconico». Anna scoppiò a piangere e d’istinto raccontò tutto a quella persona anziana che non aveva mai visto prima. «Quando apri la finestra di casa, non importa cosa vedi, ma solo chi ti sta accanto. Segui il cuore e tutto si sistemerà». Le disse semplicemente. Come d’incanto il viso di Anna si rasserenò. Non la spaventava più quella promessa fatta. Era tranquilla perché sapeva finalmente che ciò che doveva fare era anche quello che voleva.<em></em></p>
<p><em>Il papà di Anna si è operato e ora sta bene. Ha ripreso forza e vigore e sembra rinato. Anna è tornata dai suoi figli e la prima cosa che ha fatto è stata quella di andare a salutare quell’anziano saggio di cui non sapeva neanche il nome, ma che l’aveva aiutata, tanto e col cuore in mano. Le aveva dato la forza necessaria e la giusta motivazione per rispettare quella promessa. Solo una frase ma che aveva scaldato il suo animo. Lui non c’era. Era morto da quasi un anno e al suo posto c’era la figlia. Anna le raccontò l’episodio e le disse che era passata solo per ringraziare il suo angelo.</em></p>
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		<title>La campana di Menton</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 14:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Licia Braccini.
“dlin dlon dlan din don” e le campane iniziarono a suonare come tutti i giorni da tanti anni. Erano l’orgoglio di Parigi, ! “&#8230; dlin dlon dlan”… suoni sicuri e melodiosi … “dlin dlon dlan”. E quasi a comando uno stormo di colombi abbandonò le guglie arabescate della chiesa, per disegnare fini ricami [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Licia Braccini.</strong></p>
<p>“dlin dlon dlan din don” e le campane iniziarono a suonare come tutti i giorni da tanti anni. Erano l’orgoglio di Parigi, ! “&#8230; dlin dlon dlan”… suoni sicuri e melodiosi … “dlin dlon dlan”. E quasi a comando uno stormo di colombi abbandonò <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/08/campanile-paris-saint.jpg" rel="lightbox[2236]"><img class="alignright size-medium wp-image-2237" title="campanile-paris-saint" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/08/campanile-paris-saint-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a>le guglie arabescate della chiesa, per disegnare fini ricami nel cielo azzurro, andando anche a volo radente sulla soffice coltre bianca che quella notte aveva ricoperto tutta la città. Ma !!!! cosa sta succedendo? “clan clan clon”. La giovane campana quel giorno non riusciva a fare alcun suono. Più cercava di sforzarsi più lo sgradevole suono aumentava, somigliando a barattoli di latta impazziti che si urtano a vicenda. Che guaio! Proprio ora che stava sopraggiungendo don Julien, il parroco della splendida Notre Dame de la Guerison, la più importante chiesa che dominava tutta Parigi. “Allors allors ma mignonne comment voi tu!!! Qu’est-ce que c’est? Pourquoi au jourd’hui tu ne sonne pas!!!???”. La campana era imbarazzata, confusa, sentiva le mani di don Julien che con amore la lustravano con un morbido panno rosso osservandola con la stessa professionalità con cui un dottore visita il suo paziente. Il giorno dopo un importante delegazione religiosa avrebbe visitato la chiesa e tutto sarebbe dovuto essere perfetto, campane e scampanio compreso. “Allez allez vite sonne s.il te pleit”… “dlin dlon dlan dlin dan…!!! glen glen!!!” Nulla, la giovane Jolie si era svegliata forse infreddolita dalla tanta neve che aveva ricoperto Parigi, volteggiando lieve e coprendo tutto con la sua falda bianca. Si, forse era proprio il freddo oppure la fatica per i tanti anni trascorsi nell’antica chiesa, fatto sta che nessun suono usciva dal suo splendido, se pur piccolo profilo di un vaso rovesciato. “Mon Dieu” pensava “coman je fais ojourdui?”. Il cielo aveva perso i suoi chiari colori ed il sole che fino allora aveva creato una nota di allegria e calore a tutta Parigi, veniva nascosto da nuvole minacciose portatrici di un’altra tempesta di vento e neve. Don Julien dopo aver tentato invano di far suonare la campana, con l’aiuto del vecchio sagrestano la tolse dal gancio e la ripose in un angolo alla mercè di intirizziti passerotti e di intemperie che presto si sarebbero abbattute sulla città. “Oui forse è meglio così” disse Jolie piangendo a dirotto “finalmente mi riposerò”. E’ notte fonda tutto tace, tutto è silenzioso, oblio profondo, la campana ricoperta dal soffice manto dorme… dorme… e sogna. Una folata di vento di tramontana pulisce un piccolo angolo di cielo e una giovane e coraggiosa nuvola curiosa vi penetra, volteggiando sulla chiesa di Notre Dame, poi velocemente come arrivata se ne va portandosi con se la campana…. “brrr che freddo, vieni con me che ti porto al caldo”. Detto fatto, piglia il volo, scavalca il monte vagando su città, su torrenti impetuosi, tutte le meraviglie francesi le fa vedere e… dopo girovagare la depone sul campanile di una chiesetta arroccata sulla collina di una città marina, Menton, piena di solo, di luce e profumata di mare e di fiori. Il cuoricino della campanella batte forte soprattutto quando una baritonale e calda voce le sussurra “bonjour mademoiselle je sui le campanon, bienvenue dan l’eglise de Saint Michel, vous etes tre jiolj, voles canté avec mois”. Oggi è un gran giorno, è la Domenica delle Palme. La chiesetta è lustra, piena di bouganville rosso fuoco, la navata centrale è cosparsa di ginestre e delicate mimose. Bimbi all’ingresso donano rami di ulivo, profumo di fiori, dolce frescura, profumo di pace. Il parroco sta per iniziare la celebrazione pasquale, il campanaro nella sua scomoda nicchia tira la corda delle campane e all’improvviso cosa succede? “Dlin dlon dia dan dion dion” suoni celestiali. Il vescovo e tutti i fedeli sono con il naso all’insù guardando le campane che suonano in modo divino, stranamente con un diesis in più. Federica, la giovane fedele della chiesa di Saint Michel fissa con curiosità il campanile, le sembra quasi di scorgere il campanone inclinarsi verso la campana, che appare rossa dall’emozione. Con un hooooooo! di incredulità ed estasiata dal suono armonioso, pensa a quella volta che a Parigi ascoltò il concerto delle campane di Notre Dame. Il suono della più piccola le sembrò identico…., ma forse era solo immaginazione.</p>
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		<title>Come un soffio</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 19:17:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Sandra P. Luna.
Sentiva la sua anima dannata, lacerata da un dolore che era su ogni cosa e non le permetteva più di pensare, desiderare e amare. Le notti si confondevano con i giorni, la fame con la sazietà, l’aria  con l’asfissia, il freddo più intenso con il caldo più afoso. Non era importante nulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Sandra P. Luna.</strong></p>
<p>Sentiva la sua anima dannata, lacerata da un dolore che era su ogni cosa e non le permetteva più di pensare, desiderare e amare. Le notti si confondevano con i giorni, la fame con la sazietà, l’aria  con l’asfissia, il freddo più intenso con il <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/soffio.jpg" rel="lightbox[1804]"><img class="alignright size-medium wp-image-1805" title="soffio" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/soffio-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>caldo più afoso. Non era importante nulla più ormai. Nessun conforto riusciva a sentire né a volere, perché tutto ciò che la teneva in vita era il dolore, solo quello e nulla più. Eppure sarebbe bastato avere solo un minuto in più per evitare tutto, ma il destino maledetto aveva deciso di non concederlo. Intanto il campanello di casa e il cellulare continuavano incessantemente a suonare. Inutilmente però, perché lei non li sentiva più. Aveva deciso di staccarsi dal mondo intero, colpevole di averle tolto la sua unica ragione di vita: Lara, la sua bellissima e adorata Lara. Aveva festeggiato appena due giorni prima il suo 7 compleanno in compagnia di tutti i suoi amichetti. Quanto si erano divertiti! Approfittando della stupenda giornata assolata ma fresca, Alessia aveva ripulito per bene il giardino, lo aveva addobbato con festoni e palloncini colorati e aveva preparato tante cose buone. Per finire una magnifica torta stracolma di panna e decorata con tantissimi confettini di cioccolato, che i ragazzini si erano divertiti a staccarli appena spente le candeline. Ma ormai cosa importava più, i ricordi era meglio scacciarli, perché facevano ancora più male. Lara come tutte le mattine, da brava bimba ubbidiente e ordinata, si alzava e senza fare capricci si lavava, si vestiva, preparava la cartella e raggiungeva sua madre in cucina per la colazione. Vivevano da sole. Alessia era una ragazza madre di soli 25 anni. Il ragazzo che l’aveva messa incinta non ne aveva voluto saper nulla di quella creatura che doveva nascere e così lei, che invece già l’amava, aveva deciso da subito di tenerla. Tra mille difficoltà, aiutata anche dai suoi, era riuscita a trovare lavoro in un centro commerciale e ad affittare un mini appartamento più in periferia. Gli inizi certo erano stati difficili, ma Alessia era una donna testarda e coraggiosa, che non saltava gli ostacoli ma li affrontava con orgoglio e passione. E poi ora c’era lei, Lara a darle la forza di continuare e di andare avanti. Dopo gli abituali riti mattutini, Alessia e Lara alle 8 prendevano fuori casa il bus. Lara scendeva davanti alla scuola e Alessia subito dopo. Alle 16, terminato il lavoro, Alessia raggiungeva la piccola e dopo la spesa, un giro ai giardinetti e talvolta un gelato, tornavano finalmente a casa. Tutto ciò fino a quel maledetto giorno. Quella mattina Alessia, uscita di casa si era ricordata di non aver preso le bollette da pagare e dopo aver avvisato Lara di aspettarla, era rientrata in casa. Il bus arrivava ma Alessia no. Lara allora per non perdere la corsa si era lanciata lungo il vialetto con l’intento di far cenno all’autista di fermarsi e aspettare. L’impatto con l’auto che intanto era sopraggiunta a forte velocità era stato violentissimo. Alessia a quel frastuono si era precipitata fuori, urlando disperatamente il nome di sua figlia come se avesse presagito il peggio. Il corpicino ormai inerme nelle braccia di Alessia e tutt’intorno un mondo che non esisteva più. Erano passati da allora 11 mesi. Tutti le dicevano che doveva rassegnarsi, che doveva farsene una ragione, che doveva reagire, che, che, che…. Ma come avrebbe potuto ancora vivere. Sopravvivere alla perdita di un figlio è forse possibile? E come può avvenire? Lei non lo voleva neanche. La notte le sembrava il momento peggiore perché con il silenzio che la circondava, il frastuono nella sua mente aumentava. O forse era il mattino il momento peggiore quando, dopo non aver dormito, si ritrovava, ancora viva, a dover affrontare ancora un’intera giornata. Quella sera si mise a letto e forse perché ormai allo stremo delle forze, si addormentò subito, quasi senza accorgersene. Il viso finalmente rilassato, le labbra con un accenno di sorriso: c’era la sua Lara con lei che le diceva: «Mamma non piangere, non essere triste, io sarò sempre in te. Non piangere, lasciami volare via su nel cielo e quando alzerai lo sguardo mi vedrai lì a brillare solo per te». Un leggero soffio aleggiò sul viso di Alessia.</p>
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		<title>Il volto</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 19:03:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Licia Braccini.
E’ uno splendido pomeriggio primaverile. Cielo sereno, la lunga strada ombreggiata, profuma di tigli fioriti, lei raggiante, ancheggiando, percorre il lungo viale. E’ una donna di mezza età, alta e ben fatta, ma soprattutto elegantemente vestita. Indossa un costoso completo azzurro firmato, la gonna corta le ondeggia sulle lunghe e tornite gambe, ricoperte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Licia Braccini.</strong></p>
<p>E’ uno splendido pomeriggio primaverile. Cielo sereno, la lunga strada ombreggiata, profuma di tigli fioriti, lei raggiante, ancheggiando, percorre il lungo viale. E’ una donna di mezza età, alta e ben fatta, ma soprattutto <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/nicarte_Madame_1.jpg" rel="lightbox[1796]"><img class="alignright size-medium wp-image-1797" title="nicarte_Madame_1" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/nicarte_Madame_1-163x300.jpg" alt="" width="163" height="300" /></a>elegantemente vestita. Indossa un costoso completo azzurro firmato, la gonna corta le ondeggia sulle lunghe e tornite gambe, ricoperte da calze velate e inoltre, borse e scarpe di colore intonato le danno il giusto tocco di classe. Cammina, ancheggiando cammina… i lunghi capelli, freschi di parrucchiere, ondeggiano alla lieve brezza primaverile, le mani sono curate e laccate, la giacca, ben sagomata, scende bene sul bel corpo e lascia intravedere, dalla generosa scollatura, i sodi seni e il collo curato e liscio, contornato da un filo di perle bianche. Lei sa di essere bella, quasi perfetta. E’ sicura di sé e cammina fiera, con gradi e decise falcate. La donna ora è in centro ed è tra la gente che, passandole accanto, le fa spazio fissandola e cedendole il passo, mentre attorno al suo corpo si spande, come un’aura, un profumo costoso. Cammina ancheggiando, cammina la donna, mentre la gente la guarda e di colpo si scosta, quasi a volerla evitare. Gli uomini strabuzzano gli occhi al suo passaggio, mentre le donne arricciano il labbro. Il vigile con il fischietto in bocca si blocca, i bambini si scansano, la gente è impaurita e si incanta a guardarla, poi urla, gesticola, si dispera. Le auto si bloccano, frenando di colpo, con gli autisti quasi impazziti che, additandola gridano: &lt;Aiuto&gt;. Che caos! Ma perché tutto ciò? La donna ora di fronte a quelle reazioni inconsuete, perde man mano la sua sicurezza. Non capisce cosa stia accadendo. Si guarda e si tasta le gambe di seta, il costoso vestito di Armani che proprio non fa una piega, le scarpe e la borsa di marca tutto ok.. ma allora? Dior, Saint Laurent, Prada: tutto è perfetto e rigorosamente firmato come impone la moda. Tutto è come vuole la gente, la “gente stupida”, ma allora? Cosa vogliono da lei? Perché tutti la guardano in quel modo? Perché sono tutti spaventati? Lei ora è piena d’ansia, paure e incertezze. Non ancheggia più, ora non cammina, corre, quasi impazzita. Cerca disperatamente una vetrina che le faccia da specchio. Finalmente la trova, si ferma, comincia a scrutarsi, a guardare il suo corpo riflesso: e allora cosa c’è che non va? I piedi graziosi calzano scarpe alla moda, le gambe tornite da calze perfette, il vestito, la gonna, la giacca, la borsa, i capelli…. Tutto è perfetto, ma allora cosa c’è che non va? La gente continua a guardarla incredula, aumentandole ansia e fastidio. La donna si guarda sempre più inquietamente nel riflesso della vetrina. Attentamente si scruta, si tocca, verifica ogni particolare del suo irreprensibile look, mentre attorno a lei cresce un fastidioso brusio di disapprovazione. Continua a guardarsi e ad un certo punto, finalmente capisce e allora sorride…. anzi ride, sempre più fragorosamente ride, trascinando nella sua sonora risata anche tutti gli altri che si erano fermati attorno a lei. La donna finalmente capisce, svela l’arcano e continua a ridere non potendo fare altrimenti. Oggi è uscita di casa vestita di tutto punto come sempre elegante, profumata e sicura di sé, ma… senza volto. Si proprio senza volto! Oggi ha avuto una piccola dimenticanza: non si è messa la “maschera”… che errore banale! Ma che figuraccia e che ansia. Chissà a cosa pensava! Ma anche la gente!!!! Tutto quel putiferio per una banale dimenticanza. Solo per una volta che era uscita senza volto. Del resto è pur sempre una donna, semplicemente una donna, ma che donna!!!</p>
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		<title>Ricordi a Corleone</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 14:19:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Licia Braccini.
Ore 9…Biagio si affaccia alla finestra: è una giornata importante! Inspira a pieni polmoni una frizzante aria montano-marina e… sorride: ha inizio un nuovo giorno a Corleone, piccolo paese dell’entroterra siculo. Il panorama dalla sua casetta è unico: sterminati campi di agrumi, uliveti e vigneti fanno cornice. Un usignolo sul pergolato alterna il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Licia Braccini.</strong></p>
<p>Ore 9…Biagio si affaccia alla finestra: è una giornata importante! Inspira a pieni polmoni una frizzante aria montano-<a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/08/liciabra.jpg" rel="lightbox[895]"><img class="alignright size-medium wp-image-897" title="liciabra" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/08/liciabra-300x235.jpg" alt="liciabra" width="300" height="235" /></a>marina e… sorride: ha inizio un nuovo giorno a Corleone, piccolo paese dell’entroterra siculo. Il panorama dalla sua casetta è unico: sterminati campi di agrumi, uliveti e vigneti fanno cornice. Un usignolo sul pergolato alterna il suo meraviglioso gorgheggio a becchettare dei gonfi chicchi d’uva; profumo di ginestre, oleandri, zagare in fiore e bouganville rosso fuoco vivacizzano l’ambiente. Il gallo canta felice, libero nel prato, mentre piccoli pulcini color mandarino gli zampettano accanto. Ha un profondo senso la vita qui a Corleone, suo paese nativo. L’orto, come sempre, con poco lavoro, gli regala pomodori, melanzane e tante verdure che la sua Maria con amore cuoce nel calderone, per poi dividerle con tutti i parenti. Un bacio a sua moglie, compagna amica da 40 anni e, sorridendo con la tipica cadenza sicula, dice «stai iennu o paisi accattari u pani, ti sebbi quaccosa?».<br />
Ore 11… La piazza del paese è gremita di gente in festa, un carrettino siciliano, tirato da un vivace mulo, addobbato con pon pon colorati e striscioni multicolori, sosta vicino al bar di fronte alla piazza dei Caduti: il monumento storico è imponente, come tutte le case che circondano Corleone, a mò di ferro di cavallo con dimore e conventi, castelli e, in alto, quasi sulla rocca, l’antico monastero. Alcuni bimbi corrono festosi mangiando pane e panelle; invitanti panchine poste sotto alle grandi palme che danno frescura, mentre il parroco con la stola di pizzo bianco attende la gente per la santa messa. Un’esplosione di gerani e di ortensie profuma la navata centrale della chiesa antica; tutto è invaso d’allegria e da folklore. La via principale brulica di gente: turisti con “polaroid” scattano flash agli angoli caratteristici del paese. I negozi sono presi d’assalto per gli ultimi acquisti e lì… nel punto più bello del viale c’è Marianna con il suo sorriso contagioso. «Dlin dlon» fa la campanella del negozio «Spetta Biagio c’ci stannu i clienti» dice al fratello «dopu parramu». La donna pesa, incarta, confeziona frutta e dolci: ad ogni bimbo una parola, una caramella, un confetto; nell’aria profumo di basilico, di origano. Piero e Franca entrano con la piccola Rossella con in mano una granita di limone, un bacio affettuoso a nonno Biagio che le urla dietro «a piccini nun manciari che nonna fici i lasagni». «Allura arrivarunu i sposi?» dice Marianna «ni videmu stasera pa festa». Anche adesso sembra che il tempo si sia fermato. «Ahh!.. Come vorrei vivere per sempre in questa splendida terra! ».<br />
Ore 19… Il sole tramonta sulle morbide montagne siciliane, nell’aria pulviscoli di stoppie di grano bruciato invadono il giardino fiorito di Nina, affacciato su tutte le valli. Alle spalle Corleone antica, con i suoi segreti, i suoi monumenti, fortezze e reperti archeologici; dall’altra parte il mare. La casa di zia Nina è linda, curata; il pergolato fiorito profuma di bianco gelsomino; nel forno, un vivace fuoco, cuoce lo spincione. Tutto è immerso nel glicine, tulipani, margherite ed un’infinità di rose variegate, profumano l’aria. Nina rivolta a Totò, esclama «Arrivassiru i sposi!». Biagio ride, guarda i piccoli Rossella, Riccardo e Giuseppe che corrono dietro al pony in giardino. Davanti al cancello passa l’amico con il gregge di belanti pecore, Biagio lo rincorre. «Aspetta! Femmiti e bivi cu mia, festeggiamu me figghio Sabbaturi chi si sposau». Zio Totò suona la chitarra, Marianna porta sul tavolo, già imbandito: salsicce, peperoni, pizza, cannoli con ricotta e lo spincione. All’improvviso si ode un clacson, con il tipico suono che solo un antico maggiolone può dare «chioing chioing». Spruzzando tutti con riso e confetti, lo splendido Woswaghen azzurro entra in cortile ed è subito festa. Zii, cucini, parenti e amici si stringono per un grande e caloroso abbraccio agli sposi che, ridendo e piangendo dalla commozione, scendono dalla macchina.<br />
Si… Questa è una vera grande famiglia! Cresciuta in una terra con radici vere che ha tutto per essere felice, che dà tutto a tutti con generosità. Il sole tramonta a Corleone; mentre il cugino Gianluca suona dolcemente una musica siciliana, dalla cucina arriva Marianna con la cassata ed è di nuovo festa…Ahh! Corleone!&#8230;Come mi manchi!&#8230;</p>
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		<title>Laura</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 13:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Sandra P. Luna.
Solcava gli oceani su immensi e favolosi velieri, contava le stelle seduta su una soffice nuvoletta, raggiungeva le viscere più profonde della terra e gli abissi marini mai esplorati, scalava le vette più alte, tanto alte che nessuno aveva mai osato sfidare. Le bastava rannicchiarsi nell’angolo più buio della sua cameretta, chiudere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Sandra P. Luna.</strong></p>
<p>Solcava gli oceani su immensi e favolosi velieri, contava le stelle seduta su una soffice nuvoletta, raggiungeva le viscere più profonde della terra e gli abissi marini mai esplorati, scalava le vette più alte, tanto alte che nessuno aveva mai osato sfidare. Le bastava rannicchiarsi nell’angolo più buio della sua cameretta, chiudere con forza gli occhi e <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/08/abdb2040.jpg" rel="lightbox[871]"><img class="alignright size-medium wp-image-873" title="abdb2040" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/08/abdb2040-252x300.jpg" alt="abdb2040" width="252" height="300" /></a>tapparsi le orecchie con le sue piccole manine tremanti. E così davanti a lei si spalancava un universo magico, tutto suo, ricco di meraviglie e soprattutto senza paure. Laura non aveva amici, trascorreva da sola i lunghi pomeriggi e a scuola i compagni la consideravano un po’ matta, a causa dei bizzarri disegni di cui i suoi quaderni erano pieni e le maestre, troppo impegnate a completare i programmi ministeriali, con la scusa che era una bimba timida e non ancora pienamente matura per la prima elementare, ma non incapace o limitata, la lasciavano fare quello che voleva, nel suo isolato banco in fondo all’aula. Di tanto in tanto si accertavano che a casa eseguiva i compiti, le facevano qualche semplice domanda e poi per un po’ se ne dimenticavano. Laura era una bimba esile, con grandi occhioni verdi che spiccavano sul viso pallido, su cui ricadevano i lunghi riccioli castani. Non aveva molti giochi, ma a lei non interessava, si accontentava di poco e a volte anche un oggetto insignificante si plasmava nella sua mente nel più bel balocco. Solo a Pupa non poteva rinunciare: una vecchia bambolina che curava, pettinava e sistemava sempre con cura. Era sempre con lei, tranne che a scuola. Dopo aver tentato di portarsela anche lì, le avevano imposto di lasciarla a casa. Era l’unico ricordo che aveva della sua amatissima nonna, l’unica persona che aveva sentito pienamente e totalmente parte di sé, ma nei cui confronti era arrabbiatissima, perché l’aveva lasciata troppo presto. Con la sua scomparsa era finita l’unica possibilità di salvezza e si sentiva sola. Non che fosse orfana, aveva una mamma e un papà che però per lei non c’erano, non c’erano mai. La mamma lavorava in una lavanderia industriale, usciva presto la mattina e ritornava sfinita a casa, solo nel tardo pomeriggio. Operaio metalmeccanico, il padre, completamente insoddisfatto del lavoro che svolgeva e di tutta la sua vita, non aveva amici, se non quei quattro nullafacenti che perennemente erano al bar a bere e a fare commenti su tutti i passanti. Faceva turni massacranti, c’era il mutuo da pagare e le bollette non mancavano mai! Dopo il lavoro tornava a casa, apriva la porta, neanche salutava e si buttava sulla poltrona ormai sgangherata. « E’ pronta la cena?». Guai se non lo fosse stata. Ma tanto qualsiasi cosa era un’ottima scusa per uscire fuori di testa e cominciare ad urlare. Continuando a borbottare si sedeva a tavola e a testa china, consumava la cena, che puntualmente disprezzava. Poi si alzava, prendeva la giacca e raggiungeva gli “amici”. Tornava di solito dopo ore ubriaco marcio. Ed era allora che Laura, svegliata dalle urla dei suoi genitori, saltava fuori  dal letto con il cuore che le batteva in gola e raggiungeva repentina il suo angolo, il suo rifugio, la sua salvezza. Doveva concentrarsi, chiudere fortissimamente gli occhi, tapparsi le orecchie e fuggire con la sua fantasia. Solo così non avrebbe sentito le urla della madre mentre lui la picchiava forte, sempre più forte. Poi il silenzio, il nulla, la pace. Non ne poteva più, ma era una bambina e quella era la vita per lei. E così continuò ad essere, fino al giorno in cui restò davvero sola. Un colpo più forte e la mamma prese in pieno lo spigolo del comò. Oggi Laura è adulta, continua a fare strani disegni, che gelosamente nasconde a tutti, ha pochi amici, lavora, ha una casa sua, semplice ed essenziale, ma solo quando sale sulla nuvola e conta le stelle, ritrova quella pace che tanto ha desiderato, ma che la vita le ha sempre negato.</p>
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		<title>Rinascere</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2009 11:12:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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Come era potuto succedere! La sua anima le era estranea, la sua mente si rifiutava di accettare quello che era diventata. Un getto d’acqua fredda le invadeva impetuosamente quel corpo ripetutamente violato, ma non bastava a togliere il sudiciume di cui era impregnato. Le 7 del mattino, l’ultimo “importante “ cliente, era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Sandra P. Luna.</strong></p>
<p>Come era potuto succedere! La sua anima le era estranea, la sua mente si rifiutava di accettare quello che era diventata. Un getto d’acqua fredda le invadeva impetuosamente quel corpo ripetutamente violato, ma non bastava a togliere il sudiciume di cui era impregnato. Le 7 del mattino, l’ultimo “importante “ cliente, era appena andato via e lei guardandosi allo specchio, non si era più riconosciuta. Quasi come impazzita aveva, con rabbia, tolto le lenzuola di <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/02/larmes-2.jpg" rel="lightbox[226]"><img class="alignright size-medium wp-image-229" title="larmes-2" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/02/larmes-2-300x223.jpg" alt="larmes-2" width="300" height="223" /></a>seta rossa da quel letto su cui, probabilmente non sarebbe più riuscita a dormire e si era precipitata in bagno presa da conati di vomito. La doccia forse avrebbe alleviato quel malessere che non aveva mai provato e che ora le devastava corpo, anima e mente. Le mani poggiate con forza sulle mattonelle bianche e lucide, gli occhi chiusi e l’acqua, che purificatrice non fu, sulla testa grondante. Come era arrivata a quella vita, come ne era stata capace? Erano passati cinque anni da quando, piena di speranza, di ardore ed entusiasmo, era partita dal suo piccolo, monotono ed  inconsistente paese del profondo sud per realizzarsi in “città”. I primi tempi, se pur difficili, avevano avuto il sapore della novità. Con piccoli lavoretti era in qualche modo riuscita a mantenersi. Certo non adeguatamente, ma dignitosamente sì. Cameriera, lavapiatti, baby sitter e, intanto accumulava colloqui su colloqui. Il diploma attestava la qualifica di segretaria d’azienda, ma questo non sembrava importare a nessuno. O non andava bene l’età o la qualifica stessa o la residenza, ma chissà perché in sala d’attesa c’era sempre qualcuno che conosceva Tizio o Caio. “le faremo sapere” questa era la risposta più frequente. La proprietaria della pensione, vedova con quattro gatti al seguito, era stata perentoria: niente visite e pagamenti puntuali. I primi due anni mangiando una volta al giorno e limitando all’osso le spese era riuscita ad onorare gli impegni ma, ben presto …la catastrofe. Tornare in paese? Manco a pensarci. I suoi erano stati categorici: “se vai via, per noi non esisti più”. Non aveva mai condiviso quella mentalità, ma si rendeva conto che allora, l’unica via d’uscita per una donna  era il matrimonio. Eppure erano la fine degli anni ’60, gli anni delle contestazioni giovanili, degli scioperi, delle manifestazioni, del femminismo, parole queste che nella sua terra e nella sua casa non erano mai entrate. La strada prima e l’ appartamento poi con pochi e prescelti clienti; tutto era avvenuto senza che se ne accorgesse. Non aveva pensato troppo, anzi non lo aveva proprio fatto: era successo e basta. Certo adesso aveva una casa tutta sua, arredata con gusto, vestiti alla moda, gioielli, un’auto sportiva due-posti-niente-male, mangiava due volte al giorno e tutti i giorni, ma…non doveva pensare, guai a farlo! Quella mattina non fu più così e non poteva più essere così. Lo specchio l’aveva messa a nudo davanti ad una coscienza che pensava non esistesse più. L’acqua continuava a scorrere e un pensiero di morte con essa. Poteva? No! Adesso non più, perché ora nel suo grembo una nuova vita era sbocciata. Ed era solo per lei che doveva trovare la forza di voltare pagina, di provarci ancora e di tornare a guardarsi allo specchio. Questa volta però senza più vergognarsi.</p>
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		<title>La leggenda del pescatore</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2009 10:20:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Garrisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Licia Braccini.
“Chi  dorme  non  piglia pesci” Lo  sanno  tutti,  anche  i  pesci.
Nazario se ne stava coricato sulla riva del Brenta, in posizione scomoda, il capello calato sul viso,  facendosi credere addormentato, simulando un russare sostenuto, fra le dita lenze camuffate con erba l&#8217;amo, lanciato nell&#8217;acqua, mimetizzato anch&#8217; esso. Naturalmente il fatto che lo si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di Licia Braccini.</strong></p>
<p>“Chi  dorme  non  piglia pesci” Lo  sanno  tutti,  anche  i  pesci.<br />
Nazario se ne stava coricato sulla riva del Brenta, in posizione scomoda, il capello calato sul viso,  facendosi credere addormentato, simulando un russare sostenuto, fra le dita lenze camuffate con erba l&#8217;amo, lanciato nell&#8217;acqua, <a href="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/02/licia_braccini.jpg" rel="lightbox[206]"><img class="alignright size-full wp-image-220" title="licia_braccini" src="http://www.italiaemagazine.it/wp-content/uploads/2009/02/licia_braccini.jpg" alt="" width="200" height="244" /></a>mimetizzato anch&#8217; esso. Naturalmente il fatto che lo si credesse  addormentato era per i  pesci che, consci  del  proverbio sopra citato “chi  dorme  ecc&#8230;.ecc&#8230;, sporgevano la testolina fuori dall&#8217;acqua tranquilli che, in quell&#8217;istante, lui non avrebbe potuto  prenderli perchè dormiva. Ed  invece….. Oplà!&#8230;. Nazario traeva velocemente il filo con la preda  appesa. Poi si coricava di nuovo con il cappello calato sugli occhi. Mentre Mira gli stava vicino,  quatta quatta; sembrava capisse di dover stare ferma e zitta, e si lanciava in un festoso abbaiare  allorché il pesce veniva tratto dall&#8217;acqua. Nazario, una  vita  passata a seguire sogni mai realizzati,  ora con la lunga barba bianca svolgeva  un ‘occupazione che gli permetteva di stare all&#8217;aria aperta e di pensare…infatti lavorava alla chiusa di Fusina a Venezia; a sera, stanco sedeva sotto al suo pergolato di uva fragola del suo capanno, vicino alla  villa della sua amica Malcontenta  e, guardando il tramonto fantasticava su un&#8217;impossibile amore.. La sera prima si era diretto “Al  Graspo” per giocare a carambola era poi sopraggiunto l&#8217;amico Bepi ed avevano conversato per  ore. Alle tre di  notte Toni, l&#8217;oste, li aveva accompagnati fuori salutandoli “Ciao tosi, se vedemo doman, basta vin andé a dormire che xe tardi”. Così, ridendo e salutando gli amici, si era ritirato nella sua casetta vicino al fiume. Si… forse aveva bevuto troppo…. Sentiva lo stomaco pesante, troppo pesante. Un forte strappo alla lenza.”Ostrega!”pensò Nazario “Gà abocà un altro pesse, el cesto xe pien e son solo le sie”,si coricò sull&#8217;erba, guardando il cielo. E così, un pò per stanchezza  un poco per il vino della sera precedente, Nazario piombò davvero nel sonno &#8230; e avvenne che il suo  forte russare si espanse attraverso le acque fino al mare profondo……</p>
<p>Elisea!&#8230; Verdi occhi, due nastri vermigli per bocca, capelli folti e lunghi, fino oltre la vita,  di colore azzurro con mille sfumature violetto  proprio come il suo mare. Elisea… sirena splendida incuriosita, dalle dicerie delle sue amiche ondine e dai  sussurri degli amici dei fondali marini  decise di andarlo a conoscere. Allora  nuotò è  nuotò, dal  mare alla laguna di Venezia. Ci furono  momenti di pericolo ma la curiosità, talmente forte la portò a destinazione. Era il crepuscolo, in quel  momento mare e cielo si fondevano mostrando colori intensi e sfumature d&#8217;incanto. Animali e  vegetazione tacevano e la luce residua del giorno diventava farinosa. Elisea, stanca per la lunga  nuotata raccolse la splendida coda di scaglie luccicanti senza purtroppo guardare i graffi e le  escoriazioni che la ricoprivano, si strizzò i lunghi capelli viola e si accostò a Nazario per esaminarlo. Mai aveva visto un umano. Era proprio bello! Con la sua lunga barba bianca e gli occhi chiusi che parevano due conchiglie preziose. Con le sue labbra sfiorò quelle del pescatore, ne  raccolse il tepore fluire dalla bocca. Tutto la incuriosiva, gli si coricò a fianco abbracciandolo,gli  diede un bacio lieve sulle labbra e subito ne rimase innamorata. Mutava l&#8217;ultima luce, passavano le  ore, la brina notturna era d&#8217;argento. Elisea, ormai colma di amore, incurante del freddo mattino,  accarezzava Nazario e lo copriva con i lunghi capelli per difenderlo dal freddo, fino a quando……&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Sono trascorsi tanti anni, forse è solo leggenda, ma a Fusina, la gente del posto, da quella sera  quando passa preso la splendida villa della Malcontenta immersa tra i salici piangenti, si sofferma  sull&#8217;argine, e ricorda ancora quel pescatore di nome Nazario che fu trovato addormentato per  sempre abbracciato ad una splendida sirena, mentre una piccola cagnetta gli guaiva accanto.</p>
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