La finestra

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Gelsomina Orlando abitava in quel palazzo da quando si era sposata. Negli anni alcuni vicini erano cambiati, altri erano passati a miglior vita. Con i più vecchi si scambiava sporadiche visite di
cortesia, dei più giovani conosceva solo il nome. Dalla dipartita del marito, avvenuta anni prima per le conseguenze inaspettate di una caduta dal marciapiede, con la motivazione dell’affanno e della tachicardia, aveva limitato sempre di più le uscite, assumendo l’abitudine quotidiana di trascorrere le giornate seduta davanti alla finestra che affacciava sul portone d’ingresso. Anche l’aspetto fisico si era gradualmente adeguato alle nuove abitudini, diventando sempre più tozzo. Né gli abiti neri riuscivano ad alleggerire la figura. L’unico vezzo che aveva mantenuto la signora era la cura dei capelli candidi, a cui provvedeva una parrucchiera a domicilio. Settimanalmente il figlio la riforniva di provviste. Finita la visita, con il tempo sempre più breve, la porta veniva richiusa e la signora Gelsomina riprendeva posto in prima fila, davanti alla finestra. Alle persone del palazzo non era sfuggita questa presenza costante e nell’intimità di qualche famiglia era stata soprannominata “la portinaia”; il signore dell’ultimo piano ogni volta che passava la salutava con un sorriso cortese, riparandosi velocemente dalla vista per compiere un gesto scaramantico. La povera signora, ritenuta ingiustamente curiosa e pettegola in realtà si limitava ad osservare per puro interesse personale, senza riferire ad alcuno le ipotesi e le conclusioni a cui giungeva. Tutte le mattine vedeva uscire la signora Maria, infermiera in pensione. Dopo soli cinque minuti la seguiva il marito con passo claudicante. Più tardi passavano Giulia e Simone con la loro mamma. La piccola seria e assennata, il maschietto allegro e ribelle. Nel palazzo abitava anche un signore di colore, vestito sempre con eleganza, in giacca e cravatta. Quando d’estate passava sotto alla finestra aperta, alzava lo sguardo e la salutava con accento anglosassone. La famiglia Vitale del secondo piano aveva cambiato abitudini, era ancora il padre che rincasava con i sacchetti della spesa come aveva sempre fatto, ma la madre non rientrava più all’ora dei pasti. Durante il giorno si fermava con la macchina in moto fuori al portone ed attendeva che scendesse uno dei due figli adolescenti con la borsa della palestra, dopo qualche ora lo riaccompagnava. Alcuni pomeriggi la donna attendeva che tutti fossero usciti per salire in casa e poi scendeva prima che tornassero.. Sotto alla finestra passava con andatura sciolta e veloce, tutti i giorni, alla stessa ora, una donna dai capelli brizzolati raccolti in crocchia. Era conosciuta come la pazza, perché parlava da sola ad alta voce ed inveiva contro le macchine. Gelsomina, invece la chiamava “la signora con le guance rosse”. Vestiva con cura, con abiti che però non dovevano essere stati acquistati per lei perché sembravano sempre troppo abbondanti. Un altro camminatore quotidiano era il giovane che la signora chiamava “il marciatore” per il suo modo di procedere a lunghi passi, facendo oscillare vistosamente le braccia. Il ragazzo camminava con il busto e lo sguardo sempre protesi in avanti, come se avesse fretta di arrivare da qualche parte. Quella mattina la signora Gelsomina si svegliò con uno spirito diverso: aveva preso una decisione. Avrebbe iniziato dalla “donna con le guance rosse”. Aprì la finestra e cercò di scorgerla in lontananza. Piovigginava, ma sapeva che la donna sarebbe passata ugualmente, infatti, puntuale la vide salire a passi veloci. Gelsomina prese l’ombrello e si avviò ad aspettare davanti alla casa. Appena “la donna con le guance rosse” le fu più vicina accennò qualche passo facendosi superare mentre le lanciava l’offerta: -Signora, vuole ripararsi sotto il mio ombrello?
-No, grazie! L’acqua fa bene ai capelli e alla pelle.- Le guance fredde e lucide si raggrinzirono in un sorriso che si perse rapidamente per la via. Forse non era stata una buona idea! Il giorno seguente si preparò fuori al portone all’ora in cui la mamma usciva per accompagnare Giulia e Simone a scuola. Giulia uscì dal portone imbronciata, mentre la mamma trascinava trafelata Simone. -Su, bambini, anche questa mattina arriverò tardi al lavoro!
-Buon giorno, signora Teresa.
-Buon giorno, signora Orlando.
-Ciao, Giulia. Sei arrabbiata?
- Sì, sono arrabbiata.- Ma la risposta fu accompagnata da un sorriso che le illuminò il viso paffuto e gli occhi azzurri.
-Chi ti fa arrabbiare?
-Simone, perché mi fa i dispetti.- La bambina non fece in tempo a sentire la risposta che arrivò quando la mamma stava già partendo accennando un saluto con la mano. Nel pomeriggio Gelsomina si preparò in strada ad aspettare “il marciatore” che arrivò puntuale.
-Mi scusi, ho perso le chiavi di casa. Il ragazzo la guardò trasognato come se non avesse capito e la donna ringraziò in cuor suo di aver nascosto nell’aiuola le chiavi di riserva. Finalmente giunse la domanda attesa:-Come posso aiutarla?
-Guardi, abito lì. La finestra è aperta e non è molto alta, magari un giovanotto come lei potrebbe scavalcare. Quel giorno “il marciatore” terminò il suo percorso nel salotto di una donna anziana sola mangiando una fetta di torta, mentre rispondeva a domande cortesi ma incalzanti.

di Michelina Stile

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Tags: Michelina Stile, Racconti

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Inserito da Paolo Garrisi il 29 settembre 2011. Catalogato in Le nostre rubriche, Racconti. Puoi seguire tutti i commenti a questo articolo o qualsiasi traccia di esso attraverso gli RSS 2.0. Se vuoi, lascia un commento a questo articolo.

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