L'Aquila 06.04.09 formato e-book Sueno dulce e cruel

Sueno dulce e cruel

I monologhi del Tango

dalla Rubrica “Teatro” di Paola Federici Bidinelli

RICORDO
Ogni sera ti aspetto come sempre. Le notti insonni sono necessarie per raccogliere di noi quello che resta dopo ogni tango_ballo_danzadelirio. Nell’angolo oscuro da dove osservo me stesso mi pare di cogliere frammenti del tuo corpo, come lingue setose di gabbianelle che si infrangono nel mare. Soffro il ricordo dei teneri baci sotto lo sguardo inquieto del cielo che ardeva a dismisura e mutava il tuo vestito di petali chiari in nudo paradiso. Se il tuo passo varcava le stanze della mia avidità, il volo delle tue ciglia riverse mi colmava di grazia e il segreto proteso delle tue carni abitava il mio sogno. E vacillavo alla polvere alzata dal silenzio dei gesti come intermezzo sconnesso divenuto bisbiglio. Frugata nel respiro insaziato, dilatata a invocare in mute preghiere il naufragio dei sensi che precede l’abbaglio, mi raccoglievi le mani tremanti che percorrevano spazi infuocati desiderosi di approdi. E dagli occhi le lacrime, come regine viventi, nascevano al giorno sperato dell’essere donna, feconda latitudine di morbidi lembi lacerati e pulsanti, regno di contrazioni e di gridi taciuti, di prigioni spezzate, di sangue celebrato a viva forza nelle vene. Ora dimmi, se affondo nel gesto sgranato del non averti in eterno, quale segno mi strema la mente a comporre parole eclissate in accordi di folgore e sinfonie di vapori? Con la pioggia negli occhi, questo solido vento mi trattiene nel petto l’urlo di te nell’universo ideato. Ora so che il mio perpetuo cercarti nella fissità dei giorni mi disperde in ipotetici forse, mi fa modulare con voce di perle e cristallo poesie mai più declamate, misure interrotte e gesti legati da corde di ore, mi fa ordire ricami di intemperie e trattenere indomabili malinconie in stanze di attesa. Ti vedo tra i rami contorti del gelso a sorprendermi ancora del tuo darti e negarti tacendo, tra le dita levate del ricordo che assale. Potessi nutrire, adesso, il rosario di questo cercarti quotidiano che più non regge l’attesa della tua identità! Potessi credere la sepolta carezza rinascere ancora di sublime tortura! Potessi volgere oltre il finito quella chiusa di luna che trapassa i tuoi seni!… Plasmare la sete di ascendere ai piedi di altari violati da egoistiche voglie!… Perdere il cuore in crocifissi di spine che pure mi danzano contro!… Calpestare il sagrato dei tuoi occhi che guardano i miei in questa pace tombale che avanza e scagliare con forza questa fame di parole contro muri di esilii brucianti, di battiti spenti, di odi inghiottite!
Forse, posso dire di avere del tuo io ripetuto il richiamo struggente dei santi.

paolafbidinelli@italiaemagazine.it

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